DAY 15_COINCIDENZE

Queste immagini documentano un percorso diverso da quelli realizzati finora. Il lavoro di Rene Jean è il frutto dell’incontro fra artisti e dell’ispirazione reciproca che ne è scaturita.

This images represent a different path from the others. The work of Rene Jean it’s the result of the meeting between artists and their reciprocal inspiration.

Durante la prima riunione con i migranti, Rene era presente: non ha parlato, ma mi ha subito colpito la sua fisicità. Guardandolo, ho pensato a lui come primo soggetto di un progetto fotografico che avevo in mente di fare qui sull’isola, continuazione di un lavoro sul tema della migrazione iniziato insieme a due artiste italiane.

Lo immaginavo in piedi, con una coperta legata al collo come un supereroe. Dopo la riunione è venuto a parlarci: è un artista, ci dice, ha studiato in una scuola d’arte italiana in Camerun. Ci mostra i suoi lavori. Una scultura di un uomo, in piedi, con una coperta al collo, mi colpisce particolarmente.
Così, iniziamo a parlare delle nostre idee, dei nostri lavori, ce li mostriamo. Come vasi comunicanti a livello sotterraneo: le mie immagini influenzeranno le sue, e così viceversa. Entrambi ne siamo pienamente consapevoli.

During the first meeting Rene didn’t talk but I was immediately impressed by his physicality. I immediately understand that he was perfect to be the subject of my photographic project that I was thinking to do here in Samos, as a continuation of my project of migration started with two Italian artists.

I started imagine him as a superhero. After the meeting he came to speak with us: he told us he’s an artist, he has studied in an Italian school of photography in Camerun. He showed us his works. A sculpture of a man, standing, with a blanket tied up to his neck.We started show each others works and talk about our ideas and projects. I know my images will influence his works, and vice versa.

 

“Esiste un solo mondo, non esistono i confini, soprattutto mentali. L’arte è condivisione”

DUE/SCRITTI

“My friend, Maifrend, Mafrend, Mafren”.

E una canzone sulle note di Fra Martino, in inglese.

Questo conoscono di noi i bambini del campo.

Questo e, forse, il fatto che alla sera non rimaniamo con loro.

Non credo si domandino dove andiamo, probabilmente neanche gli interessa.

Le case in paese le vedono, sono le stesse dove sono nati, non sono una novità.

Credo immaginino che quelle case siano le nostre ma credo anche non ce ne facciano una colpa.

Sono molto diversi fra loro, i bambini del campo.

Piccoli Lord coi capelli granitici di brillantina e magliette bianche insieme a creature selvatiche che ridono fino a strozzarsi per uno stupido gioco di prestigio.

Trovano sempre qualcosa di laterale nel mondo che li circonda, qualcosa spostato un po’ più in là rispetto alla realtà in cui si trovano. Ne vedo uno proprio adesso affrontare l’infinita salita (il campo è su diversi livelli, con una pendenza tipo Alpe d’Huez), scartare di lato per evitare un rivolo d’acqua di scarico e saltare sul sottilissimo gradino che divide il passaggio dalla zona dove si trovano le tende degli afghani. Le due bottiglie d’acqua che porta sottobraccio sembrano propulsori spaziali, le ciabatte troppo grandi volano sul cemento, i venti centimetri fra la recinzione e la sedia su cui è seduto uno dei nostri diventano uno stargate in cui passare ad ogni costo per entrare in una dimensione parallela. E infatti, con una giravolta degna di Zidane, eccolo atterrare con un balzo dall’altra parte, una frazione di secondo per piantare saldamente i piedi a terra e ricominciare a salire, verso casa.

Poco dopo arriva un bambino con gli occhiali. E’ molto serio, fa avanti e indietro un po’ di volte intorno alla nostra postazione, come se stesse cercando qualcuno. Nelle due mani porta un pezzo di legno e un rettangolo di cartone: lo guardo e cerco di capire a cosa gli possano servire, fino a convincermi che siano una spada e uno scudo e il suo fare da cavaliere errante sia volto alla ricerca di un rivale da sfidare a singolar tenzone. Allora prendo una bottiglia d’acqua (l’oggetto che più somigliasse a una spada nei dintorni) e mi paro davanti a lui, in posizione da schermidore e con l’aria di sfida. Mi guarda qualche secondo, perplesso, posa a terra le armi e prende la bottiglia. Ne beve metà, ringrazia e se ne va.

Capisco, rimanendoci un po’ male, che il pezzo di legno e il rettangolo di cartone fossero nient’altro che un pezzo di legno e un rettangolo di cartone e che fossi io l’unico in una dimensione parallela in quel momento.

Credo sia una costante delle loro giornate passare dal gioco alla realtà mille e mille volte.

Uno di loro ci mostra l’oggetto a cui tiene di più, una PlayStation 2 conservata con cura in un sacchetto di plastica della spesa.

“Wow – gli dico- bella!”

“Sì, ma non ho un televisore dove attaccarla, qui…”

Ecco, una Playstation senza televisore è un buon esempio della condizione di questi bambini che, per quanto possano essere piccoli, hanno ben chiara la sospensione rappresentata dall’hotspot di Samos: sanno benissimo dove si trovano e chiedono ogni sera “quando ce ne possiamo andare?”.

Non chiedono di tornare a casa, ma basterebbe un luogo dove poter collegare un cavo ad uno schermo e entrare in una realtà parallela scelta da loro, da cui uscire schiacciando un bottone con una lucina verde.

 

Andrea Luporini

ISTANTANEE DA MACROCHORAFO

 

paradise_01

I bambini del Paradise Hotel vivono sospesi in una particolare dimensione, ospiti all’interno di un hotel che continua a svolgere la sua attività, ricevendo turisti in vacanza a Samos. Una parte dell’albergo è destinata alle attività per i bambini in vacanza e un’altra ai migranti.

Quando scattiamo loro una foto, si mettono in posa e ci chiedono se si vede il mare.

The children of Paradise Hotel are living hanging in a particular dimension: their are refugees guests in the hotel as the tourists going there just for vacation. The hotel is divided in two areas: one it’s for the children of the people there for holidays; the other it’s for the kids of the refugees staying there. 

Every time we take a photo of them, they ask us if the sea is visible in the background.