DAY 18_ATLANTIDE

Mohammed e Gabi si incontrano su un traghetto per Atene, lei per visitare alcuni amici, lui per tentare di lasciare la Grecia.

Il grande cane bianco di Gabi fa sì che i due si incontrino, decidendo fosse l’ora di lavare la faccia al ragazzo, sdraiato a terra a dormire.

Lei si scusa, gli offre dell’acqua, lui la beve d’un fiato.

Mangiano insieme, anche se per lei è uno sforzo, avendo già cenato: lui non fa un pasto sano da troppo tempo per lasciarglielo consumare da solo.

La famiglia di Mohammed è in Svezia, il padre è morto e lui è rimasto in Siria ad assistere il nonno malato. Quando se n’è andato anche lui ha deciso di partire, verso nord.

Prendono un caffè.

Gabi negli ultimi anni ha conosciuto centinaia di Mohammed, ma vede qualcosa di speciale in questo ragazzo. Ha con sé 150 euro, cento le servono per il viaggio, si scusa di non poter fare di più ma insiste per lasciargliene almeno cinquanta. Lui non vuole, dice che i soldi non si regalano, alla fine accetta.

Ma la sua famiglia gli ha insegnato che a un dono si risponde con un dono, tanto più grande quanto più è sentito il gesto iniziale.

L’anello di sua madre, lasciatogli il giorno della partenza dalla Siria, è ciò che di più caro ha con sé. Lo sfila dal dito e glielo porge.

Stavolta è Gabi a schernirsi, ma Mohammed non vuole sentire ragioni.

Lo accetta, ma con la promessa di ridarglielo il giorno in cui si sarebbero incontrati di nuovo.

Day 18_Atlantide
Day 18_Atlantide

Passano più di due anni quando Gabi riceve un messaggio su Facebook da uno delle centinaia di Mohammed conosciuti negli ultimi anni: è la foto di un uomo, spalle larghe e tatuaggi da duro, ma con la stessa faccia da ragazzino sotto la barba.

Lo riconosce subito, anche se non riesce a crederci.

Corre in camera da letto, apre un cassetto e prende l’anello donatole in mezzo all’Egeo. Lo fotografa tenendolo sul palmo della mano e gliela invia.

“L’hai tenuto? E’ incredibile!”.

Gabi ci racconta con un sorriso delle lacrime che non accennavano a smettere, in quello che considera uno dei momenti più belli della sua vita.

Vive a Samos da trent’anni, da quando ne aveva diciannove.

Gestisce insieme al marito l’Atlantis, uno splendido hotel ad Agios Konstantinos, vicino a Karlovassi, a nord dell’isola, fra cani, gatti e papere. E un pollo di nome Napoleone.

Oltre a questo, dedica la sua vita ad aiutare le persone che affrontano il mare e sbarcano sull’isola.

Mohammed è in Svezia, insieme ai suoi cari. Lavora, ha una vita normale ed è finalmente al sicuro.

E’ arrivato il momento di restituire il regalo.

 

 

 

 

DAY 17_ON THE BOAT

ARRIVALS

Yassen e Mohammed sono giunti sull’isola da un paio di giorni. Li incontriamo nei pressi del campo, non possono allontanarsi per 25 giorni, il tempo necessario alle autorità per sbrigare le pratiche formali relative alla loro registrazione. Ma posto nel campo non ce n’è più. Così vengono indirizzati verso i terrazzamenti di olivi adiacenti all’ingresso principale. Non c’è neanche più una tenda per loro e da due notti dormono su un tappetino dell’UNHCR, sotto un ulivo, sopra la polvere.

Yassen sorride, a vederlo potrebbe essere un volontario appena arrivato dalla Spagna o dall’Italia, non lo abbiamo mai incontrato nei giorni precedenti. Si avvicina ci offre una sigaretta lunga e sottile sfilandola da un pacchetto nero: dentro le ultime tre sigarette comprate in Turchia. Ci chiede se può scendere in paese a cercare un lavoro. E’ un hair stylist e a Damasco, nella sua città, aveva un salone conosciuto da tutti. E’ esuberante, e il suo sorriso è contagioso, dice che vuole andare in Spagna, che non vuole stare lì. Gli chiediamo se vuole raccontarci la sua storia. Accetta subito e corre a chiamare il suo amico Mohammed.

Viene dalla Siria anche Mohammed, è più introverso. E’ ingegnere meccanico: lavorava per il governo, è venuto via dalla Siria perché ha già visto troppi morti. Insieme formano una strana coppia ma l’affiatamento si percepisce al volo.

Capiamo subito il perché: si sono conosciuti due giorni prima sulla barca che dalla Turchia li ha traghettati dritti dentro il “sogno” Europa.

Li facciamo sedere su una panchina, e li lasciamo raccontare. Alla fine Mohammed ci ringrazierà per avergli dedicato il nostro tempo.

Ci viene in mente, dopo averli salutati, che proprio due giorni prima, verso le 7 di sera, eravamo dall’altra parte della baia, vicino al porto di Malagari e abbiamo assistito all’approdo di una nave della Guardia Costiera che aveva appena recuperato in mare aperto circa settanta migranti intercettati su una imbarcazione al largo di Agios Konstantinos. D’istinto abbiamo scattato una foto, da lontano.

Chissà se tra quelle settanta persone fatte scendere sulla banchina c’erano anche i nostri due nuovi amici.

 

DAY 16_QUESTIONE DI FORMA

Stasera siamo invitati a partecipare alla lezione di fitness del lunedì. L’insegnante si chiama Graham, un ragazzo americano dei Samos Volunteers. I partecipanti non sono mai meno di venti e non si risparmiano per nulla, anzi, forse galvanizzati dalla nostra presenza, sembrano fare a gara a chi fa più addominali e flessioni. Le lezioni si tengono in un’area sopra al campo, oltre le recinzioni e le luci che illuminano a giorno le tende dei migranti. Due macchine puntate verso il cerchio di corpi a far luce con i fari, nel mezzo un lettore mp3 per tenere il ritmo. L’esercizio fisico è fondamentale per questi ragazzi: molti sono veri atleti, altri li diventeranno presto, di questo passo. Alcuni sono semplicemente bambini che imitano gli esercizi dei grandi. Non è solo una questione di salute, scaricare la tensione con la fatica mista alla soddisfazione di vedere il proprio corpo plasmarsi intorno a un canone ideale aiuta non poco questi ragazzi a sopportare le condizioni in cui sono costretti a vivere. Non fossimo al buio, ai margini di un bosco fra polvere e tappetini sporchi, sembrerebbe proprio di essere in una palestra.

È questione di forma.

Tonight we have been invited to participate to the Monday’s fitness course. The coach is Graham, an American boy working for the Samos Volunteers.

The course is placed in the upper area of the hotspot, but outside the fences.The physical exertion it’s extremely important for most of refugees: lot of them are professional athletes.
Blow off some steam it’s another reason that motivate them to exercise even if they are not at the gym with all its comforts.

DAY 15_COINCIDENZE

Queste immagini documentano un percorso diverso da quelli realizzati finora. Il lavoro di Rene Jean è il frutto dell’incontro fra artisti e dell’ispirazione reciproca che ne è scaturita.

This images represent a different path from the others. The work of Rene Jean it’s the result of the meeting between artists and their reciprocal inspiration.

Durante la prima riunione con i migranti, Rene era presente: non ha parlato, ma mi ha subito colpito la sua fisicità. Guardandolo, ho pensato a lui come primo soggetto di un progetto fotografico che avevo in mente di fare qui sull’isola, continuazione di un lavoro sul tema della migrazione iniziato insieme a due artiste italiane.

Lo immaginavo in piedi, con una coperta legata al collo come un supereroe. Dopo la riunione è venuto a parlarci: è un artista, ci dice, ha studiato in una scuola d’arte italiana in Camerun. Ci mostra i suoi lavori. Una scultura di un uomo, in piedi, con una coperta al collo, mi colpisce particolarmente.
Così, iniziamo a parlare delle nostre idee, dei nostri lavori, ce li mostriamo. Come vasi comunicanti a livello sotterraneo: le mie immagini influenzeranno le sue, e così viceversa. Entrambi ne siamo pienamente consapevoli.

During the first meeting Rene didn’t talk but I was immediately impressed by his physicality. I immediately understand that he was perfect to be the subject of my photographic project that I was thinking to do here in Samos, as a continuation of my project of migration started with two Italian artists.

I started imagine him as a superhero. After the meeting he came to speak with us: he told us he’s an artist, he has studied in an Italian school of photography in Camerun. He showed us his works. A sculpture of a man, standing, with a blanket tied up to his neck.We started show each others works and talk about our ideas and projects. I know my images will influence his works, and vice versa.

 

“Esiste un solo mondo, non esistono i confini, soprattutto mentali. L’arte è condivisione”

DUE/SCRITTI

“My friend, Maifrend, Mafrend, Mafren”.

E una canzone sulle note di Fra Martino, in inglese.

Questo conoscono di noi i bambini del campo.

Questo e, forse, il fatto che alla sera non rimaniamo con loro.

Non credo si domandino dove andiamo, probabilmente neanche gli interessa.

Le case in paese le vedono, sono le stesse dove sono nati, non sono una novità.

Credo immaginino che quelle case siano le nostre ma credo anche non ce ne facciano una colpa.

Sono molto diversi fra loro, i bambini del campo.

Piccoli Lord coi capelli granitici di brillantina e magliette bianche insieme a creature selvatiche che ridono fino a strozzarsi per uno stupido gioco di prestigio.

Trovano sempre qualcosa di laterale nel mondo che li circonda, qualcosa spostato un po’ più in là rispetto alla realtà in cui si trovano. Ne vedo uno proprio adesso affrontare l’infinita salita (il campo è su diversi livelli, con una pendenza tipo Alpe d’Huez), scartare di lato per evitare un rivolo d’acqua di scarico e saltare sul sottilissimo gradino che divide il passaggio dalla zona dove si trovano le tende degli afghani. Le due bottiglie d’acqua che porta sottobraccio sembrano propulsori spaziali, le ciabatte troppo grandi volano sul cemento, i venti centimetri fra la recinzione e la sedia su cui è seduto uno dei nostri diventano uno stargate in cui passare ad ogni costo per entrare in una dimensione parallela. E infatti, con una giravolta degna di Zidane, eccolo atterrare con un balzo dall’altra parte, una frazione di secondo per piantare saldamente i piedi a terra e ricominciare a salire, verso casa.

Poco dopo arriva un bambino con gli occhiali. E’ molto serio, fa avanti e indietro un po’ di volte intorno alla nostra postazione, come se stesse cercando qualcuno. Nelle due mani porta un pezzo di legno e un rettangolo di cartone: lo guardo e cerco di capire a cosa gli possano servire, fino a convincermi che siano una spada e uno scudo e il suo fare da cavaliere errante sia volto alla ricerca di un rivale da sfidare a singolar tenzone. Allora prendo una bottiglia d’acqua (l’oggetto che più somigliasse a una spada nei dintorni) e mi paro davanti a lui, in posizione da schermidore e con l’aria di sfida. Mi guarda qualche secondo, perplesso, posa a terra le armi e prende la bottiglia. Ne beve metà, ringrazia e se ne va.

Capisco, rimanendoci un po’ male, che il pezzo di legno e il rettangolo di cartone fossero nient’altro che un pezzo di legno e un rettangolo di cartone e che fossi io l’unico in una dimensione parallela in quel momento.

Credo sia una costante delle loro giornate passare dal gioco alla realtà mille e mille volte.

Uno di loro ci mostra l’oggetto a cui tiene di più, una PlayStation 2 conservata con cura in un sacchetto di plastica della spesa.

“Wow – gli dico- bella!”

“Sì, ma non ho un televisore dove attaccarla, qui…”

Ecco, una Playstation senza televisore è un buon esempio della condizione di questi bambini che, per quanto possano essere piccoli, hanno ben chiara la sospensione rappresentata dall’hotspot di Samos: sanno benissimo dove si trovano e chiedono ogni sera “quando ce ne possiamo andare?”.

Non chiedono di tornare a casa, ma basterebbe un luogo dove poter collegare un cavo ad uno schermo e entrare in una realtà parallela scelta da loro, da cui uscire schiacciando un bottone con una lucina verde.

 

Andrea Luporini