DUE/SCRITTI

“My friend, Maifrend, Mafrend, Mafren”.

E una canzone sulle note di Fra Martino, in inglese.

Questo conoscono di noi i bambini del campo.

Questo e, forse, il fatto che alla sera non rimaniamo con loro.

Non credo si domandino dove andiamo, probabilmente neanche gli interessa.

Le case in paese le vedono, sono le stesse dove sono nati, non sono una novità.

Credo immaginino che quelle case siano le nostre ma credo anche non ce ne facciano una colpa.

Sono molto diversi fra loro, i bambini del campo.

Piccoli Lord coi capelli granitici di brillantina e magliette bianche insieme a creature selvatiche che ridono fino a strozzarsi per uno stupido gioco di prestigio.

Trovano sempre qualcosa di laterale nel mondo che li circonda, qualcosa spostato un po’ più in là rispetto alla realtà in cui si trovano. Ne vedo uno proprio adesso affrontare l’infinita salita (il campo è su diversi livelli, con una pendenza tipo Alpe d’Huez), scartare di lato per evitare un rivolo d’acqua di scarico e saltare sul sottilissimo gradino che divide il passaggio dalla zona dove si trovano le tende degli afghani. Le due bottiglie d’acqua che porta sottobraccio sembrano propulsori spaziali, le ciabatte troppo grandi volano sul cemento, i venti centimetri fra la recinzione e la sedia su cui è seduto uno dei nostri diventano uno stargate in cui passare ad ogni costo per entrare in una dimensione parallela. E infatti, con una giravolta degna di Zidane, eccolo atterrare con un balzo dall’altra parte, una frazione di secondo per piantare saldamente i piedi a terra e ricominciare a salire, verso casa.

Poco dopo arriva un bambino con gli occhiali. E’ molto serio, fa avanti e indietro un po’ di volte intorno alla nostra postazione, come se stesse cercando qualcuno. Nelle due mani porta un pezzo di legno e un rettangolo di cartone: lo guardo e cerco di capire a cosa gli possano servire, fino a convincermi che siano una spada e uno scudo e il suo fare da cavaliere errante sia volto alla ricerca di un rivale da sfidare a singolar tenzone. Allora prendo una bottiglia d’acqua (l’oggetto che più somigliasse a una spada nei dintorni) e mi paro davanti a lui, in posizione da schermidore e con l’aria di sfida. Mi guarda qualche secondo, perplesso, posa a terra le armi e prende la bottiglia. Ne beve metà, ringrazia e se ne va.

Capisco, rimanendoci un po’ male, che il pezzo di legno e il rettangolo di cartone fossero nient’altro che un pezzo di legno e un rettangolo di cartone e che fossi io l’unico in una dimensione parallela in quel momento.

Credo sia una costante delle loro giornate passare dal gioco alla realtà mille e mille volte.

Uno di loro ci mostra l’oggetto a cui tiene di più, una PlayStation 2 conservata con cura in un sacchetto di plastica della spesa.

“Wow – gli dico- bella!”

“Sì, ma non ho un televisore dove attaccarla, qui…”

Ecco, una Playstation senza televisore è un buon esempio della condizione di questi bambini che, per quanto possano essere piccoli, hanno ben chiara la sospensione rappresentata dall’hotspot di Samos: sanno benissimo dove si trovano e chiedono ogni sera “quando ce ne possiamo andare?”.

Non chiedono di tornare a casa, ma basterebbe un luogo dove poter collegare un cavo ad uno schermo e entrare in una realtà parallela scelta da loro, da cui uscire schiacciando un bottone con una lucina verde.

 

Andrea Luporini

Day 13_ Under Olive Trees

Day 13_Under Olive Trees
Day 13_Under Olive Trees

Diversi pomeriggi a settimana organizziamo un’attività con i bambini che vivono al campo. Parlano differenti lingue, hanno età diverse e come tutti i bambini nel mondo hanno voglia di giocare e molta energia da spendere. Il luogo destinato alle attività si trova all’esterno dell’ingresso principale dell’hotspot di Samos. È un piccolo terrazzamento di ulivi che si affaccia sulla baia di Vathi, un luogo esterno al campo che di giorno in giorno cambia volto. Spesso i nuovi arrivi, non trovando posto all’interno dell’hotspot si fermano qui, piantano tende e fissano teli, creando uno spazio dove potersi fermare. E aspettare.

In questo spazio sospeso, campo-non-campo, i bambini si ritrovano ogni pomeriggio per giocare. Anche sotto gli ulivi, il sole non da tregua.

During the week we use to dedicate two or three days for the activities for the children living in the hotspot. They speak different languages and have different ages, but as all the kids they want to play continuously. The place we use to organize the activities it’s a small area surrounded by olive trees. This area use to change every day: when new refugees arrive they placed themselves there with tents because the hotspot inside it’s already overpopulate.

 

Organizziamo un gioco per creare un albero a misura di bambino che diventi contemporaneamente anche un mantello-ombra. I bambini accolgono la nostra idea e iniziano a creare opere multicolore che non vedono l’ora di indossare. Ognuno vuole l’immagine del proprio albero: da solo, in compagnia, in gruppo.

Ci ritroviamo a scattare foto e non distinguiamo più gli ulivi dagli alberi-bambini, la polvere della terra si alza. Ci sentiamo improvvisamente in un bosco scosso dal vento, i bambini corrono, sorridono e illuminano uno spazio sospeso, un’attesa che gli adulti che sono seduti intorno hanno impressa nei volti in un’espressione svanita.

Today we have organized a sort of laboratory to create a tree with pieces of paper and glue. The children are happy to work on something different from the usual games.

We started to take photos to the children with their trees. The children are running everywhere, they are smiling and shining over the waiting that is consuming the adults sitting in the tents.

Istantanee da Macrochorafo

Istantanee

 

Nell’antica Grecia xenia  (ξενίαxenía) riassume il concetto dell’ospitalità e il significato di accoglienza dello straniero: è fondata sulla mutua assistenza e presuppone uno scambio reciproco di doni.

Il progetto Istantanee cerca in modo analogo una relazione e uno scambio attraverso l’immagine.

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Istantanee da Macrochorafo

Macrochorafo è una casa, a qualche chilometro di distanza dal centro di Vathy, dove vivono quattro famiglie che sono arrivate a Samos circa sette settimane fa. Non riuscendo a raggiungere a piedi il centro del paese, dove si svolgono le attività, alcuni tra i volontari  hanno deciso di recarsi ogni mattina a trovare chi vi risiede per intrattenere i bambini e lasciare agli adulti qualche momento di decompressione. In tutto a Macro ci sono più di 10 bambini di età inferiore ai sei anni.

Oggi abbiamo accompagnato i volontari e lasciato a ogni famiglia un ritratto.

Day 2_ Istantanee

Macrochorafo it’s a country house not so far from Vathy. In this house there are four families of refugees arrived in Samos seven weeks ago.

For the migrants living there it’s very difficult to reach Vathy city center, where there are all the activities, for this reason some of the volunteers started to go to Macrochorafo every morning in order to entertain the children and give the possibility to the adults to have some rest.

Today we went to Macro with the volunteers and we have left a portrait to every family.